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Da Firenze a Digione

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Carlo Traverso, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team.


Ringraziamo la "Bibliothèque Nationale de France" di aver concesso
l'uso delle immagini disponibili presso http://gallica.bnf.fr per la
preparazione di questo testo.





DA FIRENZE A DIGIONE

IMPRESSIONI
DI UN REDUCE GARIDALDINO

PER

ETTORE SOCCI





Poche parole per capirci alla prima.

Questo libro non è per gli strategici e molto meno pei letterati; un
cruscante, leggendolo, avrebbe di che arricciare il naso moltissime
volte; un soldato di quelli che vanno per la maggiore, giurerebbe che
lo scrivente sa di arte di guerra, quanto sa d'ortografia
un'analfabeta; nè io dicerto vorrei sfegatarmi per far cambiar loro
opinione; io non l'ho mai pretesa a linguista ed ho una vecchia
ruggine con chi si arrovella, per studiare il sistema di ammazzare più
gente che può.

I miei non sono che appunti; appunti presi al chiaro di luna, nel
silenzio degli avamposti o nel cicaleggio giocondo e spigliato della
caserma; tra il fischiar delle palle e le canzoni entusiastiche, tra
una bestemmia e una lacrima, in mezzo alla baldoria e ai cadaveri, ai
generosi proponimenti e alle continue disillusioni, nasce spontanea in
chiunque abbia del cuore, una filosofia che l'arcigno e pettoruto
pedante non crederebbe possibile in una vita scapigliata, chiassona,
piena d'emozioni, ma sempre senza pensieri, quale è la vita del campo.
E di tali riflessioni, ispirate dai fatti ora tristi, ora gloriosi, di
cui fummo gran parte, può essere che qua e là se ne trovino anche in
questi appunti, che raffazzonati alla meglio, ora ardisco di offrire
ai miei buoni lettori, persuaso che, se non avranno altro merito,
avranno certamente quello di essere dettati dalla verità, mai da
rancore o da invidia.

Se arrivato all'ultima pagina, qualcuno che avrà avuto l'eroismo di
seguirmi fin là, volgerà un pensiero pietoso ai poveri martiri, che
ignorati si giacciono nell'estese pianure sotto Fontaine e Talant e
resterà persuaso che i pochi, i quali per la causa più santa che si
sia dibattuta in questi ultimi tempi lasciarono interessi e famiglia,
quantunque disconosciuti e non aiutati da chi aveva il dovere di
aiutarli, hanno fatto tutto quello che umanamente era loro possibile
per far trionfare la idea, battendosi da prodi, e non mostrandosi
indegni di quella camicia rossa, che da gente abietta e codarda si
voleva condannare al Bargello, io sarò più che contento, io potrò dire
che il mio povero libro ha raggiunto il suo scopo.




CAPITOLO I.


--Bada bene che domani ti aspettiamo a Livorno.

--Non ne dubitate... Brucio anche io dal desiderio di lasciar queste
lastre.

--Allora siamo intesi?

--Intesisissimi.

--A domani dunque!...

E tutti, e tre ci stringemmo vicendevolmente la mano, e si stava per
congedarci, quando tutto a un tratto un prolungato mormorio ci giunge
all'orecchio: è un accorrere di gente, uno spalancarsi improvviso di
finestre e di usciali di botteghe vicine, un domandare e un
rispondere, un incomposto gridìo di ragazzi, un esclamare di donne,
continuo e in tuono di spavento.

--Che ci sia la rivoluzione?--Domandò un mio compagno che da circa
quindici giorni non sognava che sangue e trambusti.

Senza rispondere alla strana supposizione, mossi dalla curiosità
escimmo tutti dalla bottega di caffè, nella quale eravamo seduti. Qual
magnifico spettacolo non ci si offerse alla vista!

Era terminato di piovere ed il cielo era tutto rosso, infuocato,
quasichè fosse avolto in un lenzuolo d'amianto; i popolani, tutti a
bocca spalancata tenevano la testa all'insù, e distornavano gli
sguardi dall'alto, solamente por occhieggiarsi tra loro, lambiccando
il cervello e arrapinandosi, per spiegare il fenomeno, che per la
prima volta vedevano, e di cui non erano mai giunti a farsi un'idea. I
lettori si rammenteranno dell'Aurora boreale che apparve ai
venticinque dell'ottobre decorso; la sera appunto del venticinque
d'ottobre era l'ultima che, a nostro giudizio, dovevamo passare in
Firenze.

--Anche il cielo si tinge di rosso--Gridò il solito compagno,
provocando un'occhiataccia dal padron di bottega, il quale dacché
aveva raggruzzolato la miseria di un mezzo milione si era buttato,
anima e corpo, nella categoria dei ben pensanti--Allegri
ragazzi--Continuò collo stesso tuono di voce lo scapato--Gli augurii,
non potrebbero essere migliori... Evviva il rosso!

--Evviva!--Rispondemmo noi tutti, contenti come pasque per la nuova
distrazione che ci dava quel caso inopinato e maraviglioso che faceva
inorridire dallo spavento il superstizioso _fellak_ e la donnicciola
dei nostri camaldoli; due selvaggi in questo secolo in cui non si fa
che ragionare di civiltà.

Dopo pochi minuti, lasciai i miei compagni, e prima di ridurmi a casa,
ebbi vaghezza di vedere, forse per l'ultima volta, il lungarno. Era
deserto! Non sto a ripetere tutti i pensieri che, ispirati dalla
solitudine, si accavallavano e si cozzavano nel mio cervello in
ebollizione: finalmente si poteva partire, e partire per la
Repubblica... finalmente era venuto il momento di far vedere ai nostri
nemici che non si era buoni soltanto a declamare per i caffè e per le
bettole, finalmente si realizzava quel sogno che da tanto tempo
vagheggiavamo nel più segreto dei nostri pensieri. E dire che i pezzi
grossi della democrazia, tutti, come un sol uomo ci avevano
sconsigliato. Ma che vogliono dunque--ripeteva tra me--questi vecchi
che coi loro scritti, colle loro opere sono stati i primi a farci amar
la repubblica?--Lasciar solo là, tra un popolo straniero, Garibaldi e
farci sfuggire una sì bella occasione.... Ma che vogliono dunque
costoro?.... Alla fine soccorrendo la Francia, noi non adempiamo che
al nostro dovere; si soccorre la nostra sorella maggiore, la patria
delle grandi iniziative, quella che ci ha istruito colle sue opere,
che ci ha dato sollazzo coi suoi romanzi, che ha fatto le spese dei
nostri teatri, che dal campo sereno e grandioso della scienza a quello
frivolo della moda ci ha dato ogni cosa; se ci è di mezzo quel
maledetto affare di Montana, che colpa ce ne ha la Francia, che colpa
ce ne hanno i discendenti di Voltaire e di Danton, i figli di quella
Nazione che ha proclamato per prima in faccia all'attonito mondo i
diritti dell'uomo?.... Oh! la sarebbe bella, se i nostri soldati
fossero mandati in China o in qualunque parte del mondo, a puntellare
un monarca imbecille e codardo, oh! la sarebbe bella, che se ne avesse
a fare un carico a noi!... Eppoi andare contro un re per la grazia di
Dio, noi che non crediamo in Dio e non abbiamo i re nelle nostre
simpatie; aiutare un governo che ha i palloni volanti per posta e per
soldato chiunque è buono di portare un fucile; utilizzare a prò di
causa santissima una vita noiosa e disutile, traversare il
Mediterraneo, veder città e paesi che tante volte abbiamo sentito
nominare nei libri, e che tante volte abbiamo desiderato vedere,
riabbracciare i vecchi compagni con cui in altro tempo si è diviso i
pericoli e l'emozioni delle battaglie; inebriarsi di nuovo tra la
polvere, il fumo e l'assordante rumore dei combatimenti; e udire le
grida dei prodi, che si lanciano, come un sol'uomo, alla carica e
unirsi a loro e vederli... vederli da vicino i terribili soldati che
fan tremare l'Europa, misurarsi con essi, picchiarsi, vincere, morire
forse anche pel nostro ideale.... Oh! le care fantasie che mi
carezzavano l'immaginazione, sotto quel Cielo di fiamme, sul quale
proprio davanti ai miei occhi staccava superbamente modesto, il tempio
monumentale di san Miniato--Anche là sono morti dei repubblicani--Io
dissi con compiacenza a me stesso--anche là fu combattuta l'aspra
tenzone che da tanto tempo agita l'umanità... Essi son morti, ma
vivono eterni nella memoria del popolo. Oh! toccasse a noi la lor
sorte!

Insomma d'idea in idea, di fantasticaggine in fantasticaggine, chi sa
dove sarei andato a cascare, se, più macchinalmente che altro, non mi
fossi ritrovato sulla piazzetta, dove era la mia
abitazione--Eccolo--Gridò una voce ben nota, appena spuntai
dall'angolo della via.

--Eccolo!--Ripresero altre voci;

I miei due amici, a cui se ne erano aggiunti altri due, avevan fatto
un capannello davanti al mio uscio e mi avvidi alla prima che mi
aspettavano.

--Abbiamo creduto bene di venir tutti da te; così domani saremo sicuri
di svegliarci e non recheremo disturbo ai nostri padroni di casa...

--Lo recherete al mio--Interruppi....

--Non importa; già ora siamo liberi; abbasso i padroni...

--Specialmente quelli di casa, che se si tarda a pagarli, diventano
peggio di jene.

--Su.. su; gridarono tutti.

--Su!--Gridai anche io, facendo di necessità virtù; che oramai o
girellare tutta la notte, o portare in casa mia quell'indiavolati.

S'immagini il lettore, che cosa divenisse in pochi minuti quella
camera; tutti fumavano come cammini, ed io in un cantuccio davo fuoco
a certi appunti, coi quali sera per sera confidavo alla carta le
impressioni provate durante il corso della giornata. Il mio letto era
piccolo per uno solo e in lunghezza non avea niente da invidiare al
celebre di Procuste; cotesta sera ci entrarono in quattro, e non
potendo dormire, come è più che naturale, cominciarono a tirarsi
spinte e pedate tra loro, facendo un baccano da mettere in sussulto il
vicinato: ora uno stivale colpiva negli stinchi qualcuno, provocando
certi moccoli da fare arrossire un vetturino; ora si sentiva
un'urlaccio, che traeva l'origine da un gentil pizzicotto; ora un
guanciale cadeva, a mo' di bomba, sul tavolino, rovesciando il
calamaio sul tappeto, che, se non era Turco, non era meno diletto al
padrone di casa che ci passava davanti intiere mezz'ore in
ammirazione; ed ad accrescere il diavoleto, risate omeriche, grida
incomposte, esclamazioni più o meno frizzanti, ma non certamente
autorizzate dal Galateo di Monsignor della Casa.

Il più rivoluzionario dei miei amici si avvolse dignitosamente nel
lenzuolo, quasichè fosse un peplo; le forme del futuro difensore della
Repubblica Francese non erano greche di certo; i suoi stinchi potevano
benissimo scambiarsi per fusi, e tutto l'insieme ti dava un'idea
esattissima di un Cristo del Cimabue.

--Cantiamo la Marsigliese--Gridò

E tutti, con certe voci da birboni, che non le può immaginare
all'infuori di chi l'abbia sentite, cominciarono il celebre inno di
Rouget de l'Isle: _Allons, enfants de la patrie,_ con quel che segue.

--Signori per carità--Urlava con voce più delle nostre stuonata, la
padrona di casa dall'uscio vicino.

--Questa è una vera porcheria--Di rimando aggiungeva l'inquilino della
stanza di contro--Quando si ha la sbornia, la si va a digerire in
campagna.

--A chi la dice briaco?--Protestava, offeso nella sua dignità, il
Romano dal letto.

--Misuri i termini. Vociavano gli altri.

--Per chi la ci ha preso?

--Bellino lui!... Fa il feroce, perché è dietro la porta.

--Giù la porta.

--Alle barricate!...

--Alle barricate!...

Descrivervi la pioggia di proiettili d'ogni genere che fu scaraventata
su quell'uscio, sarebbe cosa impossibile; era un turbine di
stivaletti, di libri, di guanciali, di spazzole; il malcapitato se ne
andò battendo a più riprese la porta e protestando che andava a far
rapporto alla delegazione vicina.

--E ora, saranno soddisfatti!--Esclamò la padrona, sempre dietro le
scene.

Per nostra buona fortuna il chiarore bianchiccio dell'alba, si fece
vedere tra gli spiragli delle nostre finestre, ed i miei compagni
partirono allegri e contenti, dopo averci scambiato la promessa di
vedersi tra otto ore in via Grande a Livorno, chè le mie occupazioni
esigevano che io mi dovessi trattenere tutta la mattina a Firenze.

Andai per dormire, ma avevo fatto i conti senza l'oste, e questa volta
la parte dell'oste doveva esser sostenuta dalla mia vecchia padrona di
casa, la quale mi caricò di rimprocci, mi torturò coi suoi omei, mi
seccò colle sue geremiate--Noi si cercava di rovinarla, il nostro non
era agire da persone educate.--Io presi pretesto da tutte queste
lamentazioni, per restituire la chiave, uscii, senza ascoltare scusa
veruna, disbrigate in fretta e furia le mie faccenduole mi avviai,
diritto come un fuso, alla stazione, ed aspettando il magico fischio
che doveva annunziarmi la partenza dalla moribonda capitale del
felicissimo regno degli analfabeti, mi rincantucciai in un vagone.

--Era tempo!--Esclamerà il lettore e non avrà tutti i torti.

Ci moviamo: qual felicità! Eppure credevo di dover provare un po' più
d'allegrezza: il Cielo era d'un colore plumbeo e, per quanto tu
aguzzassi lo sguardo, non giungevi a vedere un solo strappo che ti
facesse sperare il sereno: eppoi, non lo so, partendo non si può fare
a meno di risentire una certa malinconia.... son troppe le
reminiscenze che vengono a assalirti, tutte di un colpo; il minimo
nonnulla prende le proporzioni delle cose più grandi; ci si rammenta i
più inconcludenti discorsi, si ripensa alle passeggiate gradite, ai
geniali convegni, alle conversazioni che eravamo soliti di
frequentare; gli stessi dispiaceri che abbiamo provato ci sembrano
meno crudeli; e nelle nostre fantasie si affollano invece le gentili
esibizioni degli amici, gli affettuosi conforti delle nostre belle, i
favori che ti fu dato ricevere, frequentando la società; le vie per le
quali eri solito passeggiare le ti sfilano davanti, coi suoi negozi,
colle sue gentili passeggiatrici che ti sono divenute familiari,
quantunque tu non le abbia mai avvicinate: e davanti ai tuoi occhi che
distrattamente si affissano sugli alberi, i quali sembra che friggano
indietro impauriti a veder passare la macchina, sfilano ad uno ad uno,
quasiché fossero figure di lanterna magica, i volti di tutti coloro
che ti conoscono, che tu conosci, o che hai veduto anche soltanto una
volta: le occupazioni che poco fa riguardavi come un martirio, ora ti
sembrano, care... E quando tornerò?... E se non tornassi più?....
Quante cose saranno cambiate, nel primo caso.... chi mi compiangerà
nel secondo?!.. Oh! In questi momenti si comprende l'eroismo di chi
per una idea può lasciare una madre!

--Livorno--Grida la guardia.

--Già.... a Livorno--Pensai tra me e me--Ed io che credeva di essermi
mosso da pochi minuti! Chi avevo avuto per compagni di viaggio? io non
me lo ricordo; probabilmente mi devono aver preso per matto.

Scendo e vado di corsa in via Grande, ove avevo l'appuntamento a
Livorno; il Consolato Francese doveva darci modo di pervenire
sicuramente a Marsiglia; chè la questura Livornese, diretta dal
celebre Bolis stava con tanto d'occhi sgranati, affinchè nessuno
salisse sui vapori francesi, importunando e viaggiatori, e marinari, e
facchini di porto, fino a tanto che questi non avessero dati
schiarimenti più che lampanti sull'esser loro, o sulle faccende che li
facevano stare sul mare; anche muniti di biglietto, si correva rischio
di esser mandati e con cattivo garbo, di dove si era venuti, e i
passaporti non si volevano più concedere ad alcuno.

Sicuro che gli amici avessero fatto le pratiche, che ci era stato
consigliato di fare, io sentii sollevarmi un gran peso dal cuore,
appenachè potei muovere un passo nella città; rincontrai quasi subito
gli altri, ma, ahimè qual delusione!.... Le loro ridenti fisonomie
erano diventate oscure; nessuno di loro osava indirizzare una parola
al compagno, e tutti mi accolsero con quella musoneria con cui i
popoli accolgono un re, dopo un manifesto del sindaco, che invita a
rimettere anche un tanto di tasca per le spese del ricevimento.

--Che ci è di nuovo?--Domandai con ansia, a quelli che mi avevano
fatto un cerchio all'intorno.

--Che ci è di nuovo?--Proferì con rabbia, il più secco e più
bisbetico--Perdio!.... Vieni al Consolato e vedrai.... E avrebbe a
andar benino, davvero!

--Andrà come doveva andare--Soggiunse un'altro--Quando alla testa ci
si vuol metter certa gente.... Quando si vuol proceder sempre con
certa maniera.... Già lo dicevo io... tutte le volte che ci siam
fidati dei Francesi si è fatto proprio un bel bollo.

--Ma insomma cosa ci è?... si parte?....

--Sì.... per Firenze, o per dir meglio per le Murate!

--Ma.... come?

--Vieni.... vieni con noi e ti si ripete, vedrai.

Non intendendo alcuna cosa, ma volendomi per lo meno sincerare su una
sventura, che non conoscevo e che ci minacciava, seguii colla coda tra
le gambe, i bravi ragazzi.

Arrivammo in due salti alla sede del Consolato; in faccia alla porta
una folla innumerevole di popolani chiassava, si agitava, gestiva;
qualcuno, senza far tanti discorsi, si era già messa la camicia rossa
sotto la giacchetta; un andare o venire, un rimescolarsi continuo,
un'accalcarsi intorno a qualche povera vittima che esciva dal portone,
un vociar di ragazzi che a capanelli osservavano la scena, e gridavano
incessantamente: Viva Garibaldi.... Per una spedizione fatta in tutta
segretezza il principio non poteva esser migliore!

--Ma che vi è dunque?--Domandai a un mio compagno.

--Il console non si fa vedere, il cancelliere, nuovo Pilato, dice che
se ne lava le mani, e tutta questa gente è rimasta come la celebre
statua di Tenete.

--E che abbiamo da fare?

--Va tu, che sai alla meglio bestemmiare un po' di francese, scongiura
quella gente a prendere una decisione; lo vedi meglio di me, qui, se
non si schizza tutti in _domo Petri_ è un vero miracolo.

Con quale animo andassi, se lo può di leggieri immaginare il lettore;
chi ben comincia è alla metà dell'opera, dicevano i nostri nonni che
non era baggei, e cominciare peggio di noi, credo, sarebbe stata cosa
impossibile.

Mi feci annunziare al cancelliere, e poco dopo venivo introdotto.

Il cancelliere era un bel giovinetto; aveva una fisonomia distinta ed
aristocratica e mi accolse con tutta l'educazione possibile; pure sin
da bel principio mi avvidi, che la mia presenza gli riusciva
incresciosa più di quella di un creditore, e rimasi convinto che la
camicia rossa non era di certo una delle simpatie più sentite di
quell'impiegato. Difatti il nuovo governo della Repubblica Francese
aveva lasciato al suo posto tutti i vecchi funzionari, i quali in quel
bailamme non sapendo a qual Santo votarsi cercavano di restare in
bilico, come meglio sapevano, fermi però nella idea di non
compromettersi; mettetete anche un po' d'affezzione alla dinastia che
aveva loro dato quel posto.... eppoi ditemi se questa trascuraggine
del governo repubblicano non ha dicerto influito a che fosse sì scarso
il numero degli Italiani, che mossi da un'idea generosa, hanno pugnato
e gloriosamente pugnato sui campi di Francia.

--Capisco digià, perché viene.--Mi disse pel primo e facendomi segno
di sedere, il cancelliere--Con mio gran rincrescimento: però, sono
obbligato di dirle che non possiamo far niente per loro.

--Ma se a Firenze ci hanno inviato qui!....

--A Firenze hanno perduto certamente il cervello.... Le pare, che noi
vogliamo suscitare una questione di diritto internazionale....

--Ma anche noi, le ripeto siamo stati spediti direttamente e a colpo,
sicuro: di più sappiamo che l'altra sera partirono altri volontarii,
mandati da loro, e si ha diritto d'andare anche noi.

--Per me si figuri le manderei subito--Aggiunse l'altro con un sorriso
ed io credendo immediatamente a quest'ultimo desiderio di lui che
parlava, ma non volendo darmi per vinto, esclamai: Ma è così, che
l'Ambasciata Francese di Firenze mantiene le proprie promesse?

--Noi non abbiamo ricevuto ordini dall'Ambasciata...

--Ma pure l'altra sera partirono...

--Non glielo nego, ma sapesse le rimostranze della questura...

--Ebbene: su noi può fidare, noi non la comprometteremo... ci dia
l'imbarco... lei vede lo scopo pel quale partiamo...

--Si provvedano dei loro passaporti...

--Se non gli vogliono dare.

--Prenda un mio consiglio... lei mi pare un giovane a modo, torni a
casa... Metz, se non ha capitolato, poco può stare a farlo... accetti
un mio consiglio, glielo ripeto, torni a Firenze.

--A Firenze poi no!..

--È la meglio!

--Mi meraviglio che un Francese..

--Allora faccia lei--secco, secco ed alzandosi, per farmi veder che
l'uggivo, mi proferì il cancelliere.

Disanimato, e non volendo attaccare una briga che poteva mandare a
voto tutti i nostri disegni, salutai appena il mio consigliere, e
gabellandolo per imperialista e anche, peggio, scesi di corsa la
scala, e preso a braccetto un mio amico, partii con gli altri dalla
piazzetta del Consolato.

Andare bisognava andare; a dispetto del mondo e delle circostanze; una
nuova poesia si aggiungeva a quella immensa che ci aveva sostenuto
fino a quel punto; sfuggire i questurini, farla in barba alle autorità
costituite, sfidare un nuovo pericolo, raggiungere il nostro scopo,
giusto appunto, quando i pusilli, scoraggiati sarebbero tornati
indietro,... era troppo bella, troppo attraente la prospettiva, per
poter stare un sol'attimo dubbiosi su ciò che dovevamo intraprendere.

Io esposi queste idee agli amici, e, godo dire, che queste idee furono
accolte con entusiasmo: ma a che parte rivolgersi per ottenere
l'intento? Quali passi potevamo tentare con sicurezza? Quale speranze
ci sorridevano? Quali probabilità di successo? Noi non lo sapevamo, il
romanticismo di una avventura, che offriva in se stessa tanti
pericoli, ci sorrideva certamente e noi eravamo contenti: contenti
come il povero diavolo, abbandonato da tutti che incerto
dell'indomani, si addormenta tranquillamente sull'erba di un viottolo,
sotto un cielo sereno e popolato di stelle, sognando pace, agiatezza,
fortuna... Oh! l'idea dì un dovere che si compie, malgrado gli
ostacoli che frappongono gli uomini e la sorte, fa piovere in seno una
consolazione che intender non la può chi non l'abbia provata.

Andammo all'Agenzia dei vapori della compagnia Valery, e per quanto
scongiurassimo l'agente, ci fu impossibile ottener da lui, anche
pagandolo il doppio, un biglietto di imbarco. Gli ordini della
questura erano precisi.

--Noi glielo daremmo anche _gratis_, ci ripetevano quegli impiegati,
ma...

Quel ma era tanto eloquente, che noi non aggiungemmo parola.

Con un po' di sconforto nell'anima, dopo aver girellato a casaccio
un'altra mezz'ora afiaccolati e cascanti ci butammo sulle panche di un
caffè di Via Grande; un tavoleggiante, giovinetto che avrà avuto
appena appena quindici anni, dopo averci ben bene sbirciato, venne da
me e chiamommi dapparte.

--Lei vuole imbarcarsi per la Francia? Mi sussurrò a bassissima voce.

--Sì--risposi io francamente, chè non potevo credere in sì giovine età
nequizia veruna.

--Ebbene... le dò il mezzo d'imbarco.

--Non scherzi?

--Sulla mia parola d'onore.. Aspetti un momentino e le porto l'uomo
per la quale!.....

--Bravo, e se farai bene ti prometto una buona mancia.

Il giovinetto se ne andò saltellante e fece poco dopo ritornò,
accompagnato da un barcaiolo, un pezzo di diavolone, tarchiato e
traverso; che era un piacere a vederlo; intanto io aveva messo i
compagni a parte della peregrina scoperta e, quando questi ultimi
videro avvicinarsi quel colosso in giacchetta, gli si fecero incontro
con una grazia e con certe fisonomie così gentilmente ridenti, che si
poteva credere che non un omaccio, ma la più vaga figlia di Eva fosse
entrata in quel mentre nel nostro caffè.

--Dunque loro vogliono, andare? Dandomi una seconda, stretta di mano,
cominciò a dirmi il barcaiolo.

--Sicuro!--Rispondemmo noi tutti--Ma vediamo tante difficoltà.

--Si fidino di me, che non fo per dire, ma lo può domandare a tutta la
piazza sono uno di quei buoni.. si figurino, ho fatte tutte le
campagne e anche Aspromonte e Mentana e se non fosse perchè; perchè...
e questo non è nulla: quello che ho fatto per salvare i compromessi
politici!... Le son cose che forse non le crederebbero... Hanno fatto
bene a rivolgersi a me, perchè ci è di gran canaglia tra i
barchettaioli e.. e....

--E insomma t'impegni di farci entrare in un bastimento, deludendo la
vigilanza delle guardie?...

--Se me ne impegno.... Faccian conto di esserci sopra...

--Tu potrai contare sulla nostra riconoscenza.

--Oh! io per il partito darei un bicchier del mio sangue.

--Dopo ti daremo qualche cosa....

--Oh! mi contento di un trentino per uno:

--Così poco!--Esclamammo noi, credendo che ragionasse di centesimi:

--Sicuro,... vedono che mi adatto: per lor signori cosa son trenta
franchi?

Ammirammo tutti insieme lo spìrito patriottico che ci faceva pagare
150 lire, quello che nella stagione dei bagni si ottiene a dir molto
con ottanta centesimi; pure, strìngemmo la mano al generoso,
dicendogli che ci saremmo riveduti più tardi; poichè eravamo decisi,
con nostro gran sacrifizio, ad appigliarci a quest'ultimo partito, se
gli altri ci fossero falliti.

--Ci movemmo dal caffè, e vedemmo un insolito brulichìo in quella
contrada, sempre brulicante di popolo: che è, che non è?... Hanno
arrestato un maggiore Garibaldino: la questura si era avveduta, e non
ci voleva una gran fatica, che molti giovanotti volevano partire per
la Francia e cominciava a allungar le sue grinfe. Lo sconforto
cominciava a impossessarsi anche di noi.

--Ettore--Sento gridarmi vicino. Mi voltai e vidi il Colonnello
Perelli.

--Dunque si parte? Gli domandai immediatamente.

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